Eleonora Barmasc

Io sono l'Universo e l'Universo è in me

La prefazione di Mauro Macario alla seconda edizione

UNO STATO DI CONTINUA RINASCITA

Per ineluttabili ragioni storiche siamo costretti ad assistere, in veste di testimoni necrofori, alla fase finale dell’Occidente che, esaurita la sua riserva umanistica nel secolo scorso, ora cerca di protrarre gli ultimi respiri agonici affidandosi all’accanimento terapeutico in una camera di rianimazione davvero speciale: gli empori commerciali che hanno sostituito le cattedrali, riqualificati a luoghi di culto, mete domenicali di famigliole fedeli all’oggetto sacralizzato e al Santo Graal ben in vista sugli scaffali e alla portata di tutti, dove un ipercapitalismo terroristico e letargico ha eroso il tessuto collettivo raschiandolo fino alla logica elementare applicata alla realtà minimalista leggibile e decifrabile dalla massa involvendola così a livelli pre-darwiniani.

Nel degrado etico, economico, politico, che ne consegue è chiaro il suo destino e il suo disegno: implodere dall’interno portandoci con sé in una sorta di genocidio progressivo che avrà il suo ideale compimento allorchè le nuove generazioni saranno state private del patrimonio culturale sepolto nel passato e archiviato per sempre. L’uomo senza passato, impossibilitato al raffronto critico, è la ri-creazione subdivina del potere e delle multinazionali che mirano al solo involucro meccanico, preferibilmente scomponibile e impiegabile alla rotazione dei servigi che dovrà svolgere. L’imbarbarimento antropologico-relazionale di una società compulsiva che persegue ottenebrata falsi miti e modelli di vita disumananti, che vacilla, sbanda e si decompone nell’azzeramento della coscienza morale, che accetta l’oblio voluto quindi criminoso dei Maestri, della propria identità assassinata dalla globalizzazione, nonché  della eco lontanamente risonante degli archetipi, non può rinascere se non attraverso una catarsi di proporzione planetaria passando obbligatoriamente, come ultima spiaggia, da una entroflessione individuale purificatrice e liberatoria.

Ricostruirsi -”disimparando tutto” come sosteneva il mio Maestro Léo Ferré- in chiave difensiva e illuminata, quasi una reincarnazione in vita, è difficilissimo perchè gli strumenti invasivi dell’avversario sono davvero da considerarsi delle mine “antiuomo” e ad ogni scontro brutale con la realtà esterna il tuo restauro interiore rischia di smembrarsi miseramente. La via da seguire non è più l’ideologia collettivista che ha smarrito i suoi stessi dati genetici, né le religioni ufficiali che poggiano su Dei da manualistica parrocchiale ma, a mio avviso, risiede in una spiritualità laica di stampo filosofico e d’altro emisfero. E qui fa il suo ingresso sulla scena epocale il mistero Barmasc. Ho incontrato più d’una volta persone che scegliendo strade alternative di salvazione, ad un certo punto, in una determinata circostanza, rivelavano in un piccolo dettaglio d’aver realizzato solo un tentativo parziale, incompiuto, fragile, d’inversione esistenziale.

Io non ho mai conosciuto la Barmasc ma so, sento che lei è esattamente ciò che scrive. Ed è qui il mistero. Come può una persona che vive il nostro tempo così tenace e martellante nell’attuare tutte le strategie subliminali o di contrasto diretto per annientare l’individuo sensibile, trovare una via di fuga nel distacco contemplativo e nel sublime oggettivato nell’esperienza del quotidiano? La Barmasc è un’orientalista pura che al di là delle teorie, pratica un  certo sistema salvifico di vita interiore dentro il nostro inferno sociale e in contrapposizione ad esso. Equilibrista tra il buio e la luce, giunge integra, pacata, sicura, alla fonte originaria, forse guidata da Maestri invisibili sotto forma di vento che, paralleli al suo cammino, la sospingono dolcemente, a sua insaputa, concedendole il privilegio di tramandare la mappa ereditata a futura memoria. In tempi lontani timbrati da una reattività sociale furiosa che destabilizzava il mio impianto emotivo, non avrei parlato in questi termini. Solo dopo essermi avvicinato al pensiero del taoismo primitivo (prima che diventasse religione) grazie alla lettura del “Tao Te Ching” di Lao-Tze -geniale e poetico filosofo, e alla pratica del Tai Ki Kung (un arcaico Tai Chi Chuan), posso capire e apprezzare profondamente un soggetto letterario come la Barmasc che in Italia credo sia un caso unico. Solo oggi mi rendo conto che la reattività esasperata contro il potere è ciò che il potere vuole per distruggere le tue difese immunitarie in senso politico e psico-fisico. Quindi mi  rifletto pienamente in quest’opera poetica  così preziosa, mi identifico nella congiunzione con la Natura, nel dialogo interrotto con gli elementi, nell’ubiquità cosmica della spirale energetica. La madre universale. Leggere la Barmasc è un antidoto allo scenario contemporaneo; può essere addirittura per molti l’inizio di un percorso, di una scoperta, di un benefico senso del meraviglioso e dello stupore: proiezione di un’innocenza panteistica perduta e della sua selvatica saggezza primordiale. Visualizzo la Barmasc tra boschi e colline in albe di assoluta immobilità e sospensione atemporale, scontornata dai paesaggi urbani di metallica desolazione, sola nel suo stato di continua rinascita, alla ricerca del suo cosmico liquido amniotico, del suo personale Big Bang; capace in quel silenzio di percepire e di raccogliere e di riportarci cose che noi non sappiamo più ascoltare perchè la modernità in generale e la civiltà tecnologica in particolare ci hanno disgiunto da quel contesto ed è stato come dividere chirurgicamente una coppia siamese. Osserviamo la Natura di sfuggita, con sguardo turistico come fosse separata e distante; disconoscerla significa amputarsi, non ritrovare più il punto sorgivo, il grembo di provenienza, lo Ying e lo Yang . Già nell’impostazione strutturale delle sue poesie è insito il rifiuto della bulimia culturale vigente. Ai tomi gigantiformi di scrittori mai paghi né sazi,  la Barmasc oppone/propone poesie cortissime, d’origine giapponese, il Tanka. Perché come dice Lao-Tze, “nel meno è il più “. Il viaggio verso l’essenza conduce alla sintesi espositiva, alla sottrazione estrema ma al contempo così magicamente esaustiva, l’attenta rivalutazione della parola “singola”, della sua genesi etimologica, non ha bisogno di ulteriore amplificazione, perchè “quella parola” non è sostituibile e porta in sé tutto il significato universale. Con quale limpidezza e precisione la Barmasc riesce a incidere sul foglio quelle miniature idiomatiche, quasi grafiche, simili a pittografie che per assurdo potrebbero essere comprese ovunque, sconfinando oltre le barriere linguistiche! Con quale perizia scientifica ne delimita il perimetro metricale inghirlandato di grazia e delicatezza!  Che abile, severa, oculata scelta delle parole che possono essere  solo quelle e non altre, puntualmente rivestite sul fondo sonoro d’una trasparenza musicale che fa vibrare a sera le lanterne rosse…partitura trasversale che affiora simultanea nel momento della scrittura. L’osservazione floreale è l’infiorescenza stessa dell’anima che crea una serra fantastica d’incantamenti disvelati, illuminandoci sulla pre-esistenza di un nostro campo segreto da coltivare con rinnovata umiltà in quest’epoca desertificata e di chiasso gutturale senza dialettica. Dietro la vetrina dei fenomeni spontanei si delinea uno spirito quieto che ha vinto le ostilità del mondo di fuori con il “non agire” , estraniandosi da ogni coinvolgimento destabilizzante, offrendosi in piena luce pur restando un mistero. Si, è vero, non ho mai conosciuto la Barmasc. Non c’è metodica più taoista di questa: incontrarsi forse, svanire certo. La fontana, Eleonora, la fontana !

Mauro Macario