“Storie magiche all’ombra della Grande Quercia” La curatrice degli incontri coi lettori
Dalla presentazione di Silvana Alessandria curatrice degli incontri coi lettori
Per le “Poesie brevi” dichiaravo la mia difficoltà nell’uso del termine presentare, il mio disagio nato ed alimentato dal timore di proporre una interpretazione personale e dunque capace di influenzare i lettori, una interpretazione vincolante e restrittiva dell’opera di Milena, timore di violare la libertà del lettore nel vivere in modo intimo e privato l’atmosfera lirica creata dalle “Poesie brevi”.
Queste poesie non hanno titolo, come è già stato detto, non contengono minuziose descrizioni di paesaggi, ambienti, persone; sono insospettati sentieri che conducono il pensiero sulle tracce dell’aperto. In una lirica del poeta tedesco Holderling si legge:
“Un fuoco divino ci trascina di notte e di giorno,
ad aprirci la via. Vieni. Guardiamo nello spazio aperto,
cerchiamo ciò che è nostro, per quanto lontano.”
Che cosa sarà mai l’aperto? Così Heidegger: “Aperto significa qualcosa che non sbarra chiudendo; qualcosa che non sbarra perché non limita; non limita perché è privo di ogni limite. L’aperto è il grande insieme, il tutto ciò che è.”
Ogni volta che rileggo le poesie di Milena emerge, improvviso, nella mia mente, un nuovo pensiero o una nuova immagine mentale o un collegamento, un legame con le riflessioni di filosofi, psicologi, pensatori con orientamenti teorici diversi: come mai? In questo caso, ed ecco il motivo di questa digressione, vi offro l’altra cifra della poesia di Milena: arrischiare nell’aperto, nel dis-chiuso, libero dal pensiero che calcola, che numera, che descrive, i poeti “dicono il taciuto” si sporgono nell’aperto, sono arrischianti, non hanno la protezione della previsione, del progetto, della convenzione sociale che mi dice ciò che dovrei fare, non hanno la protezione della regola.
“Cercare la regola perché la regolarità dei fenomeni consente di applicare formule abbreviate, dà l’illusione che tutto sia conosciuto. I fisici sentono sicurezza, ma dietro questa sicurezza sta l’acquietamento della paura”. Così si esprime Nietzsche. Io aggiungo l’acquietamento dell’inquietudine, dell’angoscia, del mistero. L’apertura ti apre al mistero dell’esistenza, dell’essere, del nostro mondo interno: vertigine dell’intravisto, del taciuto, dell’ignoto, ma anche dell’indugiare senza fretta, con pazienza e con fiducia “Passo in mezzo agli uomini come in mezzo a frammenti di avvenire: di quell’avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e casualità” (ancora Nietzsche).
Le parole aperto – ignoto – arrischiare e poi l’uno richiamano due concetti molto impegnativi: inconscio – unità cosmica.
L’inconscio è il nucleo, peraltro molto controverso, della psicoanalisi e lo lasciamo stare; unità cosmica altro elemento della poesia e della prosa di Milena: due forme letterarie uguali e diverse, di questa apparente contrapposizione e ambivalenza parleremo dopo. Ora mi preme invece proporre il legame che saldamente le unisce: la parola del sentire, sentire la natura, le cose, le persone. Un sentire immediato, prima del pensare razionale, dei concetti, prima della ricerca della regolarità del vivere; un sentire sulla soglia del dischiuso, dell’aperto, dell’ignoto, del mistero, della metafora, la metafora è una figura retorica usata in poesia, ma nell’opera di Milena la intendo come la parola che porta fuori l’ineffabile, ciò che è difficile da dire.
Il legame fra “Poesie brevi” e “Storie magiche all’Ombra della Grande Quercia” è una relazione vitale come la relazione fra le persone che rispetta ed esalta la differenza, le riflessioni che mi permetto di proporvi saranno infatti ritmate da un gioco dinamico fra uguale/diverso, simile/dissimile, distanza/prossimità.
Incominciamo. La raccolta ha un titolo, le poesie no, è già stato detto; soffermiamoci sul titolo che racchiude il mondo di Milena, il suo sentire emotivo, la sua sensibilità estetica, la sua visione dell’esistenza.
“Storie magiche all’ombra della Grande Quercia”.
Storie cioè narrazioni più che racconti: perché questa scelta? Sarà Milena a rispondere. Da parte mia credo di poter affermare che molte sono le differenze fra racconto e narrazione, la più evidente è la presenza nel racconto di un ordine temporale (prima/dopo) e la contestualizzazione spaziale ben definita (dove?).
Il racconto è più tecnico, la narrazione più libera ed aperta alla soggettività del lettore, all’immaginazione.
La narrazione è virtualmente fatta in prima persona anche se l’autore non compare, ma è lui che domina gli avvenimenti e non viceversa come nel racconto.
Da notare: le scelte linguistiche di Milena sono sempre dettate da una ragione ben precisa, ogni parola è misurata, pesata, valutata non con il pensiero della razionalità, ma con il metro dell’emozione, della sensazione, della capacità di suggerire, indicare, aprire al nuovo (ritornano sempre gli stessi termini!).
Adesso emerge l’insegnante che è in me: quando si insegna a scrivere i testi, si predispone prima la fabula che è la sequenza dei fatti, la cronologia, poi la fabula diventa racconto perché verbalizzo i fatti schematizzati nella fabula, è un resoconto. Se voglio trasformare la fabula in narrazione mi soffermo in un particolare evento per suggerire vissuti emotivi, con sfumature ambientali cogliendo rumori, suoni, colori della natura, con tocchi leggeri, minimi per evocare un ricordo o una persona.
Storie e narrazioni rappresentano dunque il contenuto narrativo, il significato; il racconto è il significante, anche le parole che sono segni sono composte da significato e significante.
Milena sceglie la parola, significante che sappia trasmettere con pienezza e vigore il significato: non è una operazione facile!
Altra parola del titolo: magiche, richiama il termine magia. Lasciamo stare le formule ed i rituali; vorrei sottolineare soltanto l’aspetto che meglio riflette e attribuisce coerenza all’opera di Milena: visione magica della natura che non è potere sulla natura ma “scoperta dei vincoli con cui tutte le cose si incatenano in una invisibile armonia” questo è il pensiero di Giordano Bruno filosofo molto amato e ben conosciuto (intendo il suo impianto filosofico) dalla nostra autrice. Mi limito qui ad utilizzare il termine armonia perché è uno degli elementi di somiglianza, di analogia fra la poesia e la prosa di Milena. Ricordate che parlai di somiglianze e differenze, eccone dunque un esempio.
Ombra: un altro termine che ci porterebbe molto lontano, dall’antropologia alla filosofia, alla psicoanalisi; (mi limito e) mi soffermo brevemente su Jung che definisce l’ombra come l’altro lato della personalità, il lato oscuro che deve essere integrato nella personalità dell’individuo; dobbiamo lasciare che l’ombra viva in noi perché troppa luce dà fastidio, acceca, ci impedisce la visione così come l’oscurità più profonda.
Soltanto nella dialettica fra luce e oscurità possiamo distinguere, discernere, cercare di capire il senso dell’esistere: l’oscurità illuminata cioè l’ombra che è tale perché risultante dal gioco luce del sole/oscurità della chioma dell’albero: luce pura e oscurità pura ci rendono dunque ciechi, annullano le condizioni del conoscere e le salutari contraddizioni del nostro sapere, salutari perché tengono a bada l’arroganza della mente.
Gli antichi greci trovavano l’equilibrio del loro esistere nella conoscenza del proprio limite: credere, nutrire la presunzione di superarlo (arroganza – hybris) offusca la mente e nega il sentire del cuore.
Ecco perché ho parlato di salutari contraddizioni del conoscere, quando l’uomo si convince di aver raggiunto la verità assoluta diventa schiavo di questa certezza, non cerca più, rifiuta il confronto, o meglio, sul confronto è comunque sempre vittorioso, diventa cieco per troppa luce e non riconosce più la traccia dell’aperto; ritorna dunque il termine aperto di cui ho parlato in precedenza. L’aperto è un liberarsi da quelle convinzioni che “rattrappiscono il mondo in quel recinto dove non c’è traccia né frammento di avvenire” (Galimberti). Pensiamo un momento alla società attuale dove tutto si declina al presente perché il passato ha perso la propria forza educativa ed il futuro è incerto, ambiguo, forse pericoloso; la speranza non ha più un ruolo nei nostri progetti e quindi viene a mancare la tensione verso l’avvenire, la capacità di rielaborare un progetto di vita a qualunque età, il desiderio di sostare sull’aperto che “è quella possibilità infinita di senso che le cose non cessano di diffondere” così si esprime Jaspers, filosofo tedesco.
(Vedete) questo mio viaggiare con il titolo e sul titolo che Milena ha scelto per la sua opera ha una sua logica interna, non sempre di immediata lettura, ma forte e, mi auguro, coerente: anche qui ho utilizzato, intenzionalmente, il termine viaggiare perché propone il cammino della conoscenza, perché suggerisce ed attiva la speranza. Robert Louis Stevenson scrisse: “viaggiare con speranza è meglio che arrivare a destinazione”. Quanto è vero!
La grande quercia: siamo giunti alla meta, provvisoria? Una tappa, forse è meglio, del nostro cammino: ribadisco c’è sempre un legame significativo fra le parole scelte per offrirvi l’opportunità di conoscere il pensiero di Milena; questo titolo è una strada che la nostra autrice ci propone, sta a noi scegliere di percorrerla o di deviare per altri sentieri o di scoprire altre vie che eventualmente si incontrino per poi allontanarsi e nuovamente intersecarsi. Il titolo indica, come le “Poesie brevi”, senza vincolare, forzare, imporre: poesia e prosa nel rispetto della libertà del lettore, avevo parlato di somiglianze, ricordate?
Meta provvisoria: perché la nostra vita quotidiana, il nostro sapere, la nostra crescita interiore non hanno mete concluse, sono tappe e le tappe lasciano sempre spazio all’aperto, al dis-chiuso, anche la grande quercia è una tappa dove sostare, forse una sosta più lunga delle altre perché il cammino che ho percorso con il sentimento e l’immaginazione è stato impegnativo, tortuoso, a volte angusto ed ora devo riprendere forza, determinazione, coraggio e volontà per continuare.
Kafka così avvalora ciò che ho appena detto: “Se dunque non trovi nulla in questi corridoi, apri le porte; e se non trovi nulla dietro a queste porte esistono altri piani; se non trovi nulla lassù, non importa; Sali per nuove scale! Finchè non smetterai di salire non cesseranno i gradini, anzi si moltiplicheranno all’infinito sotto i tuoi piedi che salgono”.
Ed ecco la Grande Quercia che ci conduce nel mondo dei Celti, un popolo le cui origini risalgono a circa quattromila anni fa quando alcune genti provenienti dall’Est si mescolarono alle culture preesistenti: questa potrebbe essere la genesi della civiltà celtica: anche qui l’appassionata, l’esperta di questo argomento è Milena. Mi limiterò a sottolineare che per questo popolo, e non solo, gli alberi sono sacri perché collegano il cielo e la terra; pare che esista un calendario lunare in cui ciascuno dei tredici mesi è collegato ad un particolare albero.
L’albero simbolo dei Celti è la quercia, ma anche il vischio è ritenuto di natura divina,celeste in quanto privo di radici.
I Druidi, Milena sarà più precisa in merito. Lo raccoglievano con un falcetto d’oro nelle notti di luna piena.
A questo punto esaurito il titolo vorrei semplicemente proporvi alcuni elementi ricorrenti che troviamo nelle storie magiche; come delle poesie non si fa il commento, così della prosa non si fa il riassunto ed infatti io nominerò soltanto, come ho già anticipato, alcune parole: eccole: lanterna – cerchio – boschi – donne – amicizia – amore – speranza – giardino – aria/terra/fuoco/acqua.
Non spaventatevi, cercherò di non lasciarmi sedurre da fascino di ciascuna di esse, anche se la tentazione è forte perché rimandano a significati profondi, intensi, complessi. Sono costretta a scegliere quindi anima, lanterna e giardino.
Anima – Il concetto di anima è stato introdotto da Agostino d’Ippona che lo aveva prelevato da Platone, la tradizione giudaico-cristiana infatti non disponeva, prima di Agostino, dell’idea di anima.
La parola ebraica nefes significa vita e tutto ciò che concorre alla vita, i Greci tradurranno tale termine con psyché ed i Latini con anima. Mi fermo qui e torniamo alle storie magiche dove il termine non compare sempre in modo esplicito, ma comunque è il legame che le unisce, che mantiene la coerenza fra i contenuti, è il pensiero, è il sentire emozionale che conduce il lettore a sentirsi parte del tutto (l’anima del mondo pag. 18); un legame fra l’uomo e la natura, un legame che alimenta la vita, vedi il termine ebraico nefes.
Un esempio: nella storia “La pioggia e le lacrime” un amore viene detto con parole di terra, di aria, di fuoco, di acqua e di luce; in ognuno di questi elementi troviamo l’anima, ma, anche qui come nella poesia, l’autrice ci lascia liberi, infatti, in chiusura, così scrive Elanor: “Chiamatela armonia delle sfere, chiamatela anima mundi, o energia, chiamatela Dio, chiamatela Dea. Non è importante il nome. L’importante è che sia in noi, e che noi siamo in grado di donarne e condividerne, senza blocchi dolorosi. E’ solo allora che scoppia la Luce”.
Luce quindi lanterna: motivo con una valenza simbolica straordinaria, ineffabile; il motivo della lanterna non compare in tutte le storie, forse Milena vuole suggerire che talvolta abbiamo bisogno di illuminare il nostro cammino nella ricerca, faticosa, del senso della vita e della verità (qui mi permetterò una breve digressione, dopo), altre volte siamo in grado di scoprire con le nostre sole forze il percorso adatto. Quando però siamo ormai in prossimità della Grande Quercia, non serve più la lanterna, siamo sulla strada giusta, la protezione della quercia ci avvolge, si allarga su di noi viandanti anche se non l’abbiamo ancora raggiunta; la quercia ci accoglie nella sua aura “che si estende fino a distanze incredibili”, ci fa sentire la sua verità.
Che cosa è la verità? (ed ecco la digressione di cui vi ho parlato) Qualcosa di assoluto? Valido per tutti? Totalizzante? No, la verità non è qualcosa di definitivo, di concluso, può essere vero nell’orizzonte attuale, che però si sposta continuamente e cambia (intendo l’orizzonte, il contesto, il contingente): anche la verità si protende oltre, verso l’ulteriorità.
Scrive Jaspers, filosofo già nominato: “la verità è la nostra via”.
Ecco la funzione della lanterna, rischiarare il cammino senza accecare, ecco la sosta temporanea all’ombra della quercia, ecco la libertà di scegliere la nostra via, ed ecco, ancora, le salutari, benefiche, contraddizioni per proteggermi dalla onnipotente illusione di possedere la verità assoluta con conseguenti risvolti pesanti sul singolo e sulla collettività.
Noi siamo sempre alla ricerca della verità e Socrate suggeriva come strumento di questa ricerca il dialogo inteso “non come incontro conciliante, ma come un vero conflitto condotto con le idee e con le parole invece che con le armi… Dialogare per Socrate significa mettere fuori gioco le opinioni infondate ed accogliere le opinioni che (in quel dato momento storico) si rivelano non suscettibili di negazione” così scrive Galimberti nel suo libro “Cristianesimo”. Vedete come ci conduce lontano l’opera letteraria di Milena?
Lanterna: ed ecco la seconda parola scelta. Lanterna per illuminare il percorso di ricerca che si snoda fra i sentieri tortuosi della conoscenza, del pensiero, della natura: “I miei libri più importanti ora sono il bosco e le sue stagioni, il sole, il vento, le fasi della luna, le stelle pulsanti, le acque limpide.” Così troviamo scritto a pag. 58 nella storia magica “La sapienza del Fuoco”. E’ un immergersi nella vita e negli eventi della natura, è un confrontarsi con il volto originario di ogni cosa, “…ridurre la vita ai suoi aspetti elementari e vivere fino al midollo delle cose.” Così si esprime Padre Thoreau filosofo, scrittore e saggista americano. Talvolta abbiamo bisogno della lanterna e questo non smentisce ciò che dissi in apertura e cioè che troppa luce acceca e riduce la visione come il buio, anzi ne rinforza il senso; la luce della lanterna, infatti, non abbaglia perché è discreta, soffusa, docile al mio gesto, capace di esplorare le zone nascoste, gli spazi misteriosi, gli anfratti più inquietanti di cui avverto il mistero, la presenza e la mancanza, l’insondabilità e la simbologia: qui mi soffermo sul concetto di simbolo, dal greco sym-bàlleim che vuol dire “mettere insieme”.
Il simbolo evoca qualcosa che non vediamo, che non percepiamo a livello sensoriale, qualcosa che però mi rende partecipe, mi unisce alle cose del mondo. Platone (Simposio): “Zeus volendo castigare l’uomo senza distruggerlo lo tagliò in due… E dopo che l’originaria natura umana fu divisa in due ciascuno di noi è il simbolo di un uomo, la metà che cerca l’altra metà, il simbolo corrispondente”. Il simbolo è un’eccedenza di significato, vuol suggerire qualcosa di più di ciò che il linguaggio codificato dice ed i sensi avvertono; ad esempio la danza possiede una straordinaria simbologia, infatti “Il corpo nella danza abbandona i gesti abituali che hanno nel mondo il loro campo di applicazione per prodursi in sequenze gestuali senza intenzionalità e senza destinazione le quali producono uno spazio ed un tempo assolutamente nuovi … Il corpo del danzatore descrive un mondo che è al di là di tutti i codici … e si pone tra la terra e il cielo”. Così troviamo scritto nel libro di Galimberti.
La lanterna rischiara dunque il percorso, strumento della nostra libertà interiore, della nostra esigenza di conoscere e manifestazione del desiderio di sentirci in armonia con il cosmo. La sua luce ovattata ci lascia intravedere sfolgorii di verità di volta in volta cangianti e mutevoli che ci salvano dalla cieca presunzione di possederla in modo totalizzante e dalla arroganza di sapere, come è già stato detto prima.
A proposito della lanterna potrebbe anche indicare la luce che proviene dal nostro mondo interno e che si trasformerà in un faro interiore capace di guidare i nostri passi attraverso i paesaggi dell’anima; nei momenti di sconforto, di sofferenza o di smarrimento mi permette di non perdere la strada e di illuminare l’obiettivo del mio esistere.
Giardino: perché ho scelto proprio questo termine? Per due motivi ben precisi: il primo, chiarire l’apparente contraddizione fra la natura selvaggia, libera, incontaminata, che compare nelle poesie e la natura dominata cioè la regolarità del giardino; il secondo, sottolinearne la straordinaria valenza simbolica.
Scrive Ruth Hammann (analista junghiana di Zurigo): “… nel giardino si ha … un fluire e rifluire e fondersi del mondo esterno con quello interiore. Il giardino infatti, da un lato è tangibile ed esperibile nel qui e ora, dall’altro ha un aspetto spirituale psichico che proviene dall’esperienza secolare dell’umanità … è una dimensione di mezzo, passeggiamo e lavoriamo in giardino con lo sguardo intento ad osservare al contempo fuori e dentro di noi”.
Basti questa frase per evidenziare il continuum fra natura selvaggia, non soggiogata e giardino, struttura e organizzazione: progetto e spontaneità dunque senza contrapposizione, piuttosto come espressione della dialettica fra natura inconscia e coscienza dell’uomo.
E’ il luogo dell’incontro, dello scambio e del collegamento; il nostro mondo interno non vive di rigide polarità nero/bianco, aperto/chiuso, luce/buio, non funziona così, esiste invece una modalità indifferenziata in cui gli opposti che la razionalità richiede vengono assorbiti per lasciar spazio al pensare per immagini, al fare anima (altro collegamento con le poesie).
Scrive Hillman: “Le esperienze dell’anima sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e disporle in successione ordinata perché l’anima avverte che c’è un’ulteriorità di senso che sfugge al pensiero logico-scientifico.” Nella raccolta di Milena troviamo quattro (?) storie magiche in cui è presente il motivo del giardino: “Ricetta d’amicizia e d’amore” (pag 65), “Gli amanti del sogno” (pag. 68), “La Signora della Notte” (pag. 88), “La Grande Quercia” (pag. 107).
Ecco quindi il giardino e l’orto che offrono le proprie ricchezze per il nutrimento, per la vita, abbiamo il giardino che protegge, ripara, isola, tutela la nostra intimità, abbiamo il recinto del giardino “ … che pone un limite alla mania di grandezza degli uomini e al tempo stesso protegge lo spazio in vui essi possono imparare la modestia e l’umiltà nei confronti della natura” ancora Ruth Hammann.
Questa mia lunga riflessione solo in apparenza ci ha condotto lontano dallo scopo della serata, offrirvi l’opera di Milena, in realtà si ritorna al tema iniziale che collega la poesia e la prosa della nostra autrice: il fare anima, l’aprire il nostro essere al mondo, all’armonia del mondo, come recita un proverbio indiano, “I sensi dell’uomo sono come le porte di una città: se le porte sono aperte, nella città pulsa la vita, se sono chiuse c’è il deserto”. Io aggiungo, per chiarezza, deserto dell’anima e del cuore naturalmente.